Il suffragio universale

Il diritto al voto

Questa settimana la rubrica ambientalista si occuperà di un tema che il 4 marzo, interesserà tutti gli italiani:

le elezioni.

Sono anni che la statistica ci conferma che i cittadini non si recano alle urne, per sfiducia, disinteresse, o semplicemente perché non lo ritengono un esercizio valido.

È interessante però, raccontare degli stralci della storia che permisero soprattutto alle donne di esercitare il diritto al voto.

La conquista dell’uguaglianza giuridica e la parità dei diritti, inizia in Italia intorno alla metà del 1800 e vede nelle due grandi guerre dei momenti di estreme sconfitte ma anche di grandi vittorie.

Le grandi guerre

Il 9 maggio del 1923 Mussolini, al governo da un anno, parlò del suffragio femminile e promise alle donne il voto amministrativo. In quello stesso discorso rassicurò gli uomini dicendo:

«Io penso che la concessione del voto alle donne in un primo tempo nelle elezioni amministrative in un secondo tempo nelle elezioni politiche non avrà conseguenze catastrofiche come opinano alcuni misoneisti, ma avrà con tutta probabilità conseguenze benefiche perché la donna porterà nell’esercizio di questi vivaci diritti le sue qualità fondamentali di misura, equilibrio e saggezza».

Tuttavia, dopo questo rassicurante discorso, una riforma cancellò il voto amministrativo in generale, includendo ovviamente quello delle poche donne abilitate.

Nell’’epoca fascista la donna italiana, relegata per legge fra le mura domestiche, raggiunge la sua massima aspirazione solo in quanto madre.

Nonostante dovesse badare al focolare  domestico, “la donna doveva anche contribuire alla grandezza dello Stato,  ed era sollecitata ad aderire ai Fasci femminili  dedicandosi a iniziative di propaganda, beneficenza e assistenza, con il preciso compito di partecipare al progresso della vita civile”.

Con il passare del tempo e con l’avvento della Seconda guerra mondiale si interruppe nuovamente la battaglia per il voto.

Il 30 gennaio del 1945 con l’Europa ancora in guerra e il nord Italia sotto l’occupazione tedesca, durante una riunione del Consiglio dei ministri si discusse del suffragio femminile che venne sbrigativamente approvato come qualcosa di ovvio o, a quel punto, di inevitabile. Il decreto fu emanato il giorno dopo: potevano votare le donne con più di 21 anni ad eccezione delle prostitute che esercitavano «il meretricio fuori dei locali autorizzati». Nel decreto venne però dimenticato un particolare non da poco: l’eleggibilità delle donne che venne stabilita con un decreto successivo, il numero 74 del 10 marzo del 1946.

 

Il Primo voto

La prima occasione di voto per le donne non fu il referendum del 2 giugno 1946, come molti pensano, bensì le amministrative di qualche mese prima, quando le donne risposero in massa e l’affluenza superò l’89 per cento.

Un momento storico di incommensurabile valore, in quanto per la prima volta le donne hanno potuto esprimere un parere.

La lunga battaglia per il suffragio universale non fu, come spesso si si legge, un progressivo conferimento dei principi liberali e democratici, ma il risultato di una lunga e dura lotta che è costata vessazione, disprezzo a tutte quelle donne in prima linea.

Questa vittoria, è il risultato di un lungo percorso che ha avviato la metamorfosi del ruolo e della concezione della donna

Questo evento va ricordato soprattutto oggi, e nei prossimi mesi, quando tutti noi saremo chiamati a votare.

Non manifestare la nostra volontà, facendo mancare alla collettività la nostra opinione, avalla la possibilità che il nostro giudizio perda di importanza.

Attraverso la partecipazione alle elezioni ogni cittadino avente diritto al voto prende parte alla democrazia, e poi, è l’unico modo che abbiamo di esercitare la nostra libera scelta.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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